29 giugno 2009 - La Svezia non aspetta l’1 luglio, data in cui riceverà dalla Repubblica Ceca il testimone della presidenza di turno europea, per parlare da leader. Già nei giorni scorsi, il primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt, in un discorso al Riksdag (il parlamento svedese) aveva indicato nella crisi economica e in quella climatica le due priorità del proprio mandato.
Priorità ribadite anche dal ministro dell’Ambiente Andreas Carlgren, in occasione di un incontro con la stampa venerdì a Bruxelles alla chiusura della Green Week.
Naturale dunque che ora tutti gli occhi siano puntati sulla Svezia, non solo per quello che il Paese Scandinavo rappresenta in campo ambientale, ma anche perché sotto la sua presidenza si svolgerà il meeting sul clima più importante di sempre, quello di dicembre a Copenhagen, durante il quale Paesi industrializzati e in via di sviluppo potrebbero trovare un accordo in grado di cambiare la storia del pianeta.
Stoccolma non si nasconde l’importanza del suo compito. Sa bene che quella di Copenhagen è un’occasione da non perdere. Nel suo discorso Carlgren lo scandisce: “Dobbiamo conseguire un accordo internazionale a Copenaghen, a dicembre, perché non abbiamo altra scelta: non esiste alcun Piano B”.
Per questo, parlando già a nome dei Ventisette, ha chiesto agli altri Paesi industrializzati di seguire l’esempio dell’Ue che in materia di emissioni ha già deciso, con atti legislativi vincolanti, un taglio unilaterale delle emissioni a effetto serra del 20 per cento entro il 2020 (rispetto ai livelli del 1990), e che è disposta ad arrivare al 30 per cento se i partner industrializzati la seguiranno.
Il tempo stringe e purtroppo i propositi degli altri grandi - Stati Uniti, Giappone, Australia, Canada – sembrano ancora piuttosto fiacchi. E, d’altra parte, c’è da vincere la diffidenza della Cina, che pur essendo diventata a causa della sua recente ma impetuosa crescita il principale emettitore di gas serra del pianeta (a pari demerito con gli Usa), ritiene che qualsiasi accordo non possa non tenere conto della responsabilità storica dei Paesi industrializzati che per anni hanno riversato i propri veleni nell’atmosfera.
A sei mesi dal meeting di Copenhagen, anzi con “tre sole settimane di negoziati utili”, come ha fatto notare Carlgren, restano ancora molti nodi da sciogliere. “Noi speriamo di più, ci aspettiamo di più, esigiamo di più”, ha scandito facendo intendere che la Svezia non si accontenterà di compromessi al ribasso ma che eserciterà una leadership forte per nella capitale danese un accordo soddisfacente in grado di sostituire il Protocollo di Kyoto in scadenza nel 2012.
Accordo, ha avvertito Calgren, che servirà anche ad assicurare il sostegno finanziario delle economie ricche ai Paesi in via di sviluppo, per finanziare le necessarie misure di contenimento dell’impatto dei cambiamenti climatici nelle aree povere del pianeta. Se insomma è vero che il buongiorno si vede dal mattino, il segnale lanciato dalla Svezia non potrebbe essere di migliore auspicio.
In un momento di decisioni delicate in campo economico e climatico quale quello attuale, non si potrebbe chiedere guida migliore per l’Europa di quella del Paese scandinavo, leader storico nell’innovazione ambientale, con l’ambizioso obiettivo di liberarsi dal petrolio entro il 2030 e con già oggi oltre il 40 per cento della propria energia proveniente da un mix basato su fonti rinnovabili (idroelettrico, biomasse, eolico, geotermico, biocarburanti) e nucleare.